Paesi Ue contro

La possibilità di un default greco continua a intimorire le Borse europee. Così, delusi anche dall’esito delle trattative dell’Eurogruppo del fine settimana, gli investitori ieri hanno continuato il trend ribassista della scorsa settimana. Gli indici di Francoforte, Londra, Milano e Parigi hanno perso tre punti percentuali, mentre lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi ha toccato nuovamente quota 380 punti base. A preoccupare c’è il rinvio a ottobre della decisione della troika sulla seconda tranche di aiuti alla Grecia. di Giovanni Boggero
19 AGO 20
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La possibilità di un default greco continua a intimorire le Borse europee. Così, delusi anche dall’esito delle trattative dell’Eurogruppo del fine settimana, gli investitori ieri hanno continuato il trend ribassista della scorsa settimana. Gli indici di Francoforte, Londra, Milano e Parigi hanno perso tre punti percentuali, mentre lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi ha toccato nuovamente quota 380 punti base. A preoccupare c’è il rinvio a ottobre della decisione della troika sulla seconda tranche di aiuti alla Grecia. Commissione europea, Bce e Fondo monetario internazionale non chiedono ulteriori misure di austerità, ma il rispetto degli impegni presi, ha chiarito Bruxelles. E in effetti lo stesso ministro delle Finanze ellenico, Evangelos Venizelos, ha ammesso che il programma di privatizzazioni e tagli alla spesa pubblica sta procedendo molto a rilento. Ecco perché la scorsa settimana il ministro dell’Economia tedesco, il liberale Philipp Rösler, si era spinto a parlare di un’insolvenza ordinata per Atene, venendo rimbrottato a stretto giro di posta dalla cancelliera. Proprio Angela Merkel, ieri, ha nuovamente drammatizzato la situazione: “La disgregazione dell’euro porterebbe alla disgregazione dell’Europa”. Anche il capo della Bundesbank, Jens Weidmann, che di default greco aveva parlato a giugno, ha voluto gettare acqua sul fuoco: “Si deve sapere che un fallimento sarebbe uno scenario spiacevole non solo per la Grecia, ma per tutti gli altri paesi coinvolti. Se tuttavia la Grecia non realizzerà il programma previsto – ha avvertito – verrà a mancare il presupposto per ulteriori pagamenti in soccorso di Atene”. Sempre ieri, intanto, dopo il tracollo elettorale dei liberali tedeschi nel Land di Berlino, i quotidiani greci aprivano con titoli di scherno nei confronti dell’Fdp, assurto nelle ultime settimane a simbolo dell’euroscetticismo tedesco. Non solo: in questi giorni Atene sogna di poter battere Berlino a uno dei suoi sport preferiti, la riscossione di crediti. Per una volta, però, è la Germania a vestire i panni del debitore moroso.
Fin dagli anni 50, infatti, Atene ha sempre rivendicato ingenti riparazioni per l’occupazione del suolo ellenico e i crimini di guerra commessi dai militari tedeschi durante il secondo conflitto mondiale. Dopo qualche decennio, però, la novità è che la Corte internazionale di giustizia dell’Aja ha ripreso seriamente il dossier in mano.

La vicenda è lunga, non troppo complessa,
e potenzialmente però molto onerosa (per Berlino). Ancora oggi, ovvero dopo che l’Accordo di Londra del 1953 e il “Trattato sullo stato finale della Germania” del 1990 hanno messo la parola fine sulla questione delle riparazioni di guerra, la Grecia e i suoi media insistono sulla questione dei risarcimenti. Il quotidiano teutonico Die Welt ha di recente calcolato che sarebbero circa 70 i miliardi effettivamente dovuti ad Atene. Un’associazione greca per i diritti delle vittime parla addirittura di 162 miliardi, una cifra roboante pari quasi alle garanzie che la Germania ha promesso per il nuovo Fondo salva stati. Ecco perché, una decina di anni fa, spazientiti dall’“insolvenza tedesca”, i tribunali greci incominciarono ad avallare le singole richieste di risarcimento provenienti dalle famiglie delle vittime, negando alla Germania di poter contare sull’immunità in giudizio, principio caposaldo del diritto internazionale. Ipoteche furono così iscritte sul Goethe Institut, sull’Istituto archeologico tedesco e sulla scuola tedesca di Atene. Solo il veto del ministro della Giustizia salvò le relazioni diplomatiche e la Germania dal pignoramento.

Non diversamente si è comportato
un altro dei paesi periferici oggi a rischio, l’Italia. Dal 2004 in avanti la nostra Corte di cassazione ha inaugurato una nuova giurisprudenza, per la quale, in presenza di crimini internazionali, non è più possibile per lo stato che li ha commessi invocare l’immunità. Anche in questo caso si è ipotecato ogni possedimento teutonico, perfino Villa Vigoni, centro culturale il cui scopo dovrebbe essere di avvicinare i popoli di Italia e Germania. Fatto sta che, alla fine del 2008, Berlino ha trasferito tutti i faldoni all’Aja. La Corte internazionale di giustizia, che proprio la scorsa settimana ha aperto il dibattimento, dovrà decidere se Italia e Grecia abbiano violato o meno il diritto internazionale nel non concedere l’immunità. La prassi giuridica internazionale, spiegano gli esperti, è finora tutta favorevole ai tedeschi. Così, dopo quella sui conti pubblici, per Atene potrebbe arrivare una nuova pesante stoccata. Ma intanto alla stampa greca non dispiace vestire i panni del creditore esigente.
di Giovanni Boggero